Napoli - Vomero, via Scarlatti: chiude la ditta Wilson attiva dal 1974 Appello al Comune contro la ’desertificazione commerciale’

10 aprile 2026 - ore 18,02
vomero_via_scarlatti_negozio_wilson.jpgVomero via Scarlatti negozio Wilson            “ E’ una vera e propria ecatombe: non c’è settimana che, nel quartiere collinare del capoluogo partenopeo, il Vomero, zona commerciale per antonomasia, terza per presenze in Europa, non si registri la chiusura di qualche negozio, anche in questo inizio di primavera – afferma amareggiato Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari, già presidente della Circoscrizione Vomero -. La crisi economica, in uno alla lievitazione dei costi di gestione, principalmente per quanto riguarda i canoni di locazione ma anche per l'aumento dei vari balzelli comunali e statali, ha messo in ginocchio il terziario commerciale che ha rappresentato, per oltre un secolo, la principale attività produttiva del quartiere collinare, con circa duemila esercizi commerciali, alcuni dei quali della grande distribuzione, presenti su un territorio di appena due chilometri quadrati “.



            “ E l'elenco si allunga sempre di più - puntualizza Capodanno -. L'ultimo esercizio commerciale che chiuderà in questo fine settimana, come comunicatomi dal titolare Massimo Bruno, sarà il negozio di abbigliamento maschile Wilson, posto al civico 151 di via Scarlatti, uno degli ultimi esercizi commerciali storici presenti lungo l'importante arteria vomerese. Una ditta le cui origini risalgono all'imprenditore napoletano Antonio Bruno che nel 1958, sempre al Vomero in via Belvedere, apri una grande fabbrica con 60 operaie specializzate nel settore del tessile denominata"T.M.T.", Trasformazione Meridionale Tessile. Appassionato nel produrre camicie di stile e qualità elevate Bruno realizzò alcuni marchi che, nel tempo, si diffusero in tutto la Campania. Poi, nel 1974, la decisione di aprire un negozio nella centralissima via Scarlatti estendendo la vendita, oltre che delle camicie da lui prodotte, anche di tutti gli altri capi di abbigliamento maschile. Attività commerciale che alla sua morte, avvenuta nel 2010, venne proseguita dai figli. Di questi giorni poi la decisione, dopo oltre mezzo secolo di vita, di chiudere l'esercizio di via Scarlatti ".



" Purtroppo - sottolinea Capodanno - non è l’unica novità negativa che si registra in questo periodo, nell'ambito del quartiere collinare partenopeo: in un raggio di poche centinaia di metri si osserva infatti la chiusura di diversi esercizi commerciali, solo in parte sostituiti, per lo più con l'apertura di attività legate alla vendita e alla somministrazione di cibi e bevande, mentre molti negozi presentano da tempo le saracinesche abbassate, contribuendo a desertificare le strade del quartiere collinare, un tempo vive e vivaci con tanti acquirenti che venivano da tutti i quartieri della Città e anche dai Comuni della Provincia “.



“ Purtroppo, nel silenzio delle istituzioni preposte – prosegue Capodanno -, aziende che, in oltre mezzo secolo di vita, hanno reso famosi gli esercizi commerciali di tradizione del Vomero, continuano a scomparire. E l’elenco si aggiorna e si allunga continuamente con una preoccupante cadenza ravvicinata. Negli ultimi anni hanno chiuso il Bagaglino, Abet, Coppola, Daniele, Monetti, nel solo tratto pedonalizzato di via Scarlatti, la libreria Guida in via Merliani, la libreria Loffredo e di recente il negozio di abbigliamento Blandolino in via Kerbaker, il negozio di abbigliamento Hadrian nella galleria Vanvitelli, le profumerie Lupicini e Pepino in via Luca Giordano. Per ricordarne solo alcune, tra le più rinomate e conosciute, ma l’elenco è molto più consistente “.



“ Se si va avanti di questo passo - denuncia Capodanno - , senza alcun intervento da parte della Regione Campania e del Comune di Napoli, al Vomero potrebbero essere ancora tanti i negozi destinati scomparire. E, come dimostrano i fatti, per risollevare la grave situazione che si è determinata nel terziario commerciale, non bastano iniziative effimere, come quelle organizzate negli anni passati, della durata di una notte. Occorrono interventi concreti e continuativi per contrastare la "desertificazione commerciale", come l'erogazione di contributi a fondo perduto per coprire spese gestionali, investimenti di ammodernamento o per l'apertura di nuove attività in locali sfitti, o come la riduzione delle tasse locali con sconti o esenzioni sulla TARI e sull'IMU per i proprietari che applicano canoni calmierati, oltre alla promozione del commercio di vicinato con campagne di comunicazione mirate e con eventi e animazione urbana e alla creazione di vere e proprie reti tra negozi, amministrazione comunale e associazioni di categoria per progetti di riqualificazione, per ricordarne alcuni ".



“ Occorrerebbero dunque iniziative efficaci per supportare economicamente le attività in difficoltà – aggiunge Capodanno -. Invece dalla Regione e dal Comune non arriva nessun segnale. Solo per esemplificare, anche la legge regionale n. 11 del 10 marzo 2014, per la “valorizzazione dei locali, dei negozi, delle botteghe d’arte e degli antichi mestieri a rilevanza storica e delle imprese storiche ultracentenarie”, approvata dal Consiglio regionale della Campania, non ha ancora trovato la sua piena attuazione, dal momento che occorrerebbe innanzitutto procedere al censimento di tutte, e non solo di alcune, le attività che potrebbero fruire dei benefici previsti nella normativa varata “.



“ Bisogna, dunque, fare presto e bene – conclude Capodanno -. Anche perché, perdurando il ritmo di chiusure di esercizi commerciali registrate negli ultimi tempi, potrebbe tra l'altro sempre più assottigliarsi il numero di aziende con requisiti tali da poter attingere alle provvidenze, anche economiche, da mettere in campo. Laddove, invece, in altre Regioni italiane, come il Piemonte, la Lombardia e il Lazio, la normativa che istituisce le botteghe storiche, in vigore da lustri, ha potuto contribuire a salvare tante attività commerciali e artigianali, che, altrimenti, avrebbero rischiato di scomparire per sempre “.